IL BENESSERE COME PRATICA NELLE ORGANIZZAZIONI

di Marina Maderna | ECOSISTEMI la newsletter di ISMO

Una vita felice è, secondo Aristotele, una vita che cerca il bene. Una ricerca mai finita, mai arrivata a una qualche meta. La felicità non è il benessere, se inteso come uno stato da raggiungere, né una esperienza da godere, non sta nel sentirsi felici, come stato emotivo, sentimento. Infatti, se così intesa, la felicità è sempre più una rincorsa più che una ricerca, generando forme di irrequietezza permanente. Aristotele intende, piuttosto, il bene come virtù, con qualcosa che non rimanda ad altro. Una virtù da coltivare per sé e per il mondo (polis) almeno quello che ogni persona può influenzare.


Il tema del benessere mi rimanda a questa idea di felicità. Felicità e benessere non sono la stessa cosa. Vorrei solo cogliere dalla definizione alcuni spunti che mi sembrano un’utile prospettiva sul benessere

Un primo spunto: l’idea che il benessere non sia uno stato, né un punto di partenza o di arrivo: piuttosto la ricerca continua del bene per sé, e non solo. Noi siamo in continuo stato di disequilibrio, direi quasi necessariamente e fisiologicamente, perché siamo vivi, perché siamo nel mondo, perché “patiamo” (nel senso di sentire nel corpo, nel cuore e nella mente) il mondo e lo viviamo. Il benessere non è, dunque, l’assenza di disequilibri (apatia) ma piuttosto la capacità e la possibilità della sua ricerca.

Il movimento della persona è un primo passo: la domanda, il mettersi in prima persona nel percorso, nelle pratiche quotidiane. In particolare, mi sembra utile la pratica del dare attenzione e valore ad ogni esperienza: cosa c’è qui per me di buono. Alla domanda quando la tua giornata è stata ok e quando non ok (semplificando il “quando trovi benessere”), le persone nelle aule rispondono quasi sempre: quando posso dire che il lavoro è ben fatto.

In questa risposta sono custoditi tre fattori di benessere fondamentali e fondanti:

·        riconoscersi nel proprio agire (un output rende visibile a sé e agli altri l’energia impegnata)

·        avere un senso per/con cui agire (il senso è la misura del valore)

·        la qualità delle relazioni è contenitore e moltiplicatore di benessere.

Mi sembra che il movimento personale possa e debba tenere insieme il bisogno (cosa manca, cosa non funziona, cosa chiedere per…) e il desiderio, la ricerca della finalità, il senso: in questa duplicità è possibile il benessere.

Un secondo spunto: l’idea che il benessere sia co-costruito. Il bene, nemmeno il mio bene, è possibile se non in una prospettiva relazionale e sociale. Rimanendo nella scia della frase iniziale, la domanda è come costruisco relazioni per il benessere? Con quale sguardo sto nelle relazioni quotidiane al lavoro e fuori? Se ciascuno assumesse questa postura sarebbe possibile (per fino facile?!) avere contesti relazionali benestanti: ricercando il bene in quelle singole relazioni, costruisco benessere per me e l’altro, alimentando circuiti relazionali benestanti. Non è così semplice. Infatti, nelle relazioni, pur riconoscendo quanto influenzano la qualità della vita di ciascuno, spesso si giocano più le paure e le pretese che i valori e le richieste, le ansie più che le risorse.

Un terzo spunto: l’idea che il benessere, come pratica per il bene, abbia una valenza politica, nel senso della polis, del collettivo. Ogni volta che cerco il bene per me, il benessere, influenzo, realizzo (o no) il benessere collettivo. Questo aspetto è spesso tralasciato: è importante ogni singola pratica, ogni atteggiamento, ogni comportamento per influenzare il contesto in una prospettiva di benessere. Non dipende solo dagli altri, non è solo una questione del capo, dell’azienda: ciascuno costruisce benessere, tutti creano una organizzazione benestante. Perché, se è vero che il benessere discende dall’idea di cercare il bene, è anche vero che ogni pratica di benessere alimenta l’idea di bene, come in un circuito positivo, moltiplicatore. Ecco, la vera cultura per il benessere, non le singole risposte, ma una tensione, un valore per cui valga la pena. Le singole risposte acquietano i bisogni e addormentano i desideri, se non sono dentro a una cultura orientata al bene, al valore, al riconoscimento.

A partire dagli spunti accennati, le pratiche di benessere nelle organizzazioni dovrebbero partire da una definizione costruita insieme di “essere nel bene”, di “stare bene”. Il dialogo su questo è, già, pratica di benessere: è porsi domande e valutare gli stati, è attivare le risorse per il bene, è dare voce insieme. Voci che devono essere ascoltate tutte, disequilibri che vanno esplorati, dilemmi che vanno posti, ragioni che vanno espresse. Dialoghi che dovrebbero essere periodici, proprio perché non è dato, non è raggiunto una volta per tutte il benessere.  Il definire insieme, vincola reciprocamente nell’orientamento, crea legame e comprensione sui fondamenti, facilita la negoziazione sulle singole richieste.

La seconda pratica di benessere organizzativo riguarda ogni singola persona: è stare nell’esperienza, è porsi le domande “cosa c’è di buono per me e per noi, e come ho agito per dare corpo alle attese di benessere personali e di chi sta intorno”. Non sono pratiche facili, perché richiedono di fermarsi, di uscire da stereotipi e pregiudizi che rassicurano, di confrontare le proprie aspettative con il possibile e il realistico, di esporsi per partecipare. In sintesi, richiama alla propria presenza, alle motivazioni, al potere personale di influenza. Il rischio nel non attivarsi anche personalmente è di rimanere vittime delle “non rivoluzioni” che, come sostiene Byung-Chul Han, non sono possibili in quanto con i comportamenti a volte rassegnati o entusiasticamente condiscendenti, le vittime si trasformano nei propri stessi carnefici.

La terza pratica riguarda l’organizzazione, e in particolare i manager. Questi ultimi potrebbero essere i custodi di “disequilibri benestanti”.  Le discontinuità, le dinamiche, la velocità, l’imprevisto, che sono caratteristiche del contesto per lo più ingovernabili, possono, però, essere gestite in modo da generare mondi interni alle organizzazioni comunque “positivi”.  la comunicazione è, certamente, una leva importante per generare benessere utilizzando gli spazi, le occasioni, i riti della vita organizzativa esistenti. Non si rinuncia alla riunione, all’incontro perché si va di fretta, per i troppi impegni, per le scadenze. Al contrario, proprio per questi motivi ci si incontra, si trova e si difende lo spazio di comunicazione, come spazio per le persone, per dare senso, per riconoscere lo sforzo, per scambiare energia. Inoltre, ogni incontro è generativo, può essere occasione  per aprire lo spazio di azione, per attivare risorse con la prospettiva di creare soluzioni evitando di essere impoveriti dalle circostanze, dai problemi.

La quarta pratica riguarda il come si parla del benessere nelle e per le organizzazioni, ma anche riguardo alla realtà sociale. Mi piacerebbe che si parlasse finalmente di quello che c’è di buono, bello, del bene che accade ogni giorno e non solo di ciò che è malessere, brutto, quello che manca. Se non ricordo male, un giornale quotidiano propone l’inserto delle buone notizie, dedicato credo alle attività di volontariato e simili. Ecco credo che dovremmo avere nei nostri pc, nei meeting, nei dialoghi, il file, la pagina, il momento delle buone notizie.

Non sono così ingenua da pensare che basti così poco per stare meglio, né voglio che venga nascosto ciò che non funziona, è disfunzionale, persino dannoso. Propongo solo di dare voce anche all’altra parte che pure impegna le persone, energie, fatiche e che spesso viene date per scontata, non fa storia, non fa cultura.  


Una vita felice, è una vita che cerca il bene. Ogni ricerca si avvia con una domanda, almeno una. Qual è la tua? Cosa è che ti fa star bene?

Due pratiche di benessere per te:

  • Prima pratica: esercitati a vivere coscientemente, superando i limiti della individualità per riconoscerti parte del cosmo; e a vivere liberamente, rinunciando a desiderare ciò che non dipende da noi e che ci sfugge, per  tenere solo ciò che da noi dipende: l’azione retta, secondo ragione (rilettura di Epitteto)
  • Seconda pratica: memento vivere, pensa a vivere, non dimenticarti di vivere: dare il consenso all’esistenza e all’essere nel mondo (Hadot). La gioia più grande sta nella consapevolezza di esistere, qualunque siano le circostanze (Goethe).

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