ESERCIZI PER UN UMANESIMO FUTURO

di Maria Giovanna Garuti | ECOSISTEMI la newsletter di ISMO

Gli stupefacenti progressi dell’AI, il suo potere di fascinazione che spesso ne nasconde le ombre, richiedere un ripensamento dell’umano ed un ritorno a domande antiche ma sempre attuali. È opportuna una dialettica fra noi e le macchine per non de-potenziare l’umano. Come ci ricorda Federico Faggin “L’AI continuerà a stabilire un termine di paragone per ciò che significa essere umani”.
Per allenare l’umano del presente e del futuro e la sua mente inquieta – nei laboratori stanno allenando a velocità frenetica l’AI – proponiamo di non dimenticare e di praticare gli esercizi che la filosofia antica ci suggerisce. Esercizi per vivere con sophia, cioè saggezza, una vita buona, cioè ricca di valore (non di cose) per sé e per gli altri anche se piena di rischi, di ineludibili sofferenze, di errori ma anche di gioie e movimenti “liberamente”, per quanto possibile scelti e di cui ci si rende responsabili.

Esercizi che M. Foucault ha chiamato “ tecnologie del Sé” anche per sottolineare che l’umano non è un dato bensì una ricerca di senso, di conoscenza sempre aperta e storicamente contestualizzata, un allenamento ad una maggiore pienezza, consapevolezza, ricchezza spirituale e non solo materiale. Perciò,  mentre alleniamo l’AI ad imitarci sempre meglio, dovremmo allenare noi stessi a trascenderci muovendo dalle più antiche e fondamentali domande su ciò che può significare vivere umanamente e saggiamente.

Esercizi teorico-pratici per un umanesimo futuro

I greci la chiamavano parresia, la capacità di dire “il vero” anche di fronte ai potenti che oggi interpreterei come il coraggio del non “politicamente corretto”. Ma, soprattutto, come il coraggio di uscire dalle finte opposizioni accettando che la verità non è un dato certo ma è una domanda un’interrogazione della realtà o delle realtà soggettivamente interpretate. Quindi il primo esercizio coraggioso è quello di porsi e porre domande invece di correre alle risposte. Le domande non sempre hanno risposte chiare ed univoche, a volte restano sospese, sfociano in altre domande alla ricerca di una conoscenza o di una verità che è sempre oltre, ogni punto di arrivo è solo una tappa. Ma è proprio questa l’origine della scienza, della filosofia, dell’arte, cioè di tutto ciò che di meglio e di bello l’umanità ha prodotto. I dialoghi platonici ci danno testimonianza di questo indagare profondo, di questa circumambulazione  intorno all’oggetto senza una conclusione certa ma un più di sapere condiviso capace di riorientare condotte più consapevoli. Blanchot ha scritto:” la risposta è la disgrazia della domanda” ed in perfetta controtendenza alle logiche dell’algoritmo pensato e costruito per dare risposte (rapide) a qualsiasi interrogazione e perché ciò avvenga i prompt devono essere semplici e molto specifici.

La prima domanda che, forse, oggi, confrontandoci con la tecnologia, dovremmo porci è “cos’è la mente?”. Molti sono gli abbozzi di risposta e tutti plausibili ma incompleti e quindi ciò che riteniamo un nostro nocciolo è un mistero grandioso ed entusiasmante proprio per questo non riducibile a funzionamenti macchinici. Il linguaggio antropomorfo con cui descriviamo e indichiamo le nuove tecnologie non è corretto né per comprendere loro, né per comprendere noi. Le due “intelligenze” –  quella dell’uomo e quella delle macchine – non sono confrontabili: la “rete neuronale” macchina è logico-matematica, lineare, probabilistica; quella umana è logica, emergenziale, razionale ed emotiva, possibilistica ed immaginativa. Aristotele, al cui pensiero sillogistico si fa risalire la computazione, ne era ben consapevole perché non usa solo il termine logos (ragionamento, razionalità, parola) ma anche nous, termine complesso e variamente descritto dall’autore, che si pone prima, oltre il logos : è da questa “mente” che ci giungono le intuizioni, un sapere che sta oltre le parole per dirlo ma che sentiamo e di cui facciamo esperienza. Forse è grazie al nous che possiamo abitare la vita del cosmo che è intrecciata e multicolore, piena di bene e male, verità e menzogna, di risorse meravigliose e di spazzatura. Siamo esseri finiti tendenti all’infinito e proprio per questo solo l’umano può avventurarsi nella complessità continuando con pazienti lavori di scavo, di ricerca, di cammino a passi incerti.

Il secondo allenamento riguarda la capacità negativa affrontato da molti filosofi e psicanalisti  fra cui certamente W. Bion che la annovera fra le competenze necessarie per l’esercizio di una buona leadership. Sembrerebbe l’opposto del pensiero positivo a cui siamo sollecitati da mille proposte formative ma in realtà ne può essere il complemento. Possiamo, infatti, intenderla almeno in due sensi:

  • La capacità di tollerare il vuoto  (da non confondere con il Nulla), di accostarsi all’indicibile, di sporgersi sul bordo del caos, di sostenere l’attesa senza perdere la speranza del futuro. Esprime, quindi, non una posizione nichilista bensì di fiducia nelle proprie e nelle altrui risorse. Non sempre ci sono evidenti strade da percorrere o soluzioni inequivocabili (la vita è fatta di incroci e di bivi spesso indecidibili) ma, lenta-mente, accettando il nostro limite, possiamo darci un tempo d’attesa vigile. Con le parole di Bion potremmo definirlo uno stato di rêverie. È  in questo spazio che possono sorgere nuove immagini, nuove modalità di comprensione e d’azione.
  • La seconda modalità di intendere tale pratica è di non negare il negativo, cioè ciò che fa problema, ciò che definiamo come male, ingiusto, non buono. Potremmo definirla la capacità, anche questa coraggiosa, di guardare in faccia il reale a partire da Sé per contenere le ombre che ci abitano senza proiettarle sull’altro. Ritengo che sia più che una competenza, una virtù civica ed etica di primaria importanza e molto deficitaria al presente, pensando alla quota di violenza  e di non rispetto presente nelle nostre vite quotidiane per non parlare delle guerre.

Una vita piena e “felice” richiede la pratica della cura socraticamente intesa. Tutti dai banchi di scuola conosciamo il monito “conosci te stesso” come invito a fare germogliare la propria mente-psiche affinché sia capace di generare pensieri autonomi, ponderati, liberi e perciò decisori del proprio destino. Prendersi cura di sé stessi, del proprio daimon (desiderio), per gli antichi non significa chiudersi in un bozzolo solipsistico e narcisistico bensì rispecchiarsi nell’altro, entrare in dialogo con l’altro umano e non umano. Il maestro è, infatti, colui/colei che sapendo di non sapere interroga, domanda e ascolta non solo le parole ma anche i moti dell’anima, sa intravedere i desideri dell’altro e si adopera per farli venire alla luce. Di questo dice Socrate evocando il suo essere figlio di una levatrice. Conoscersi significa riconoscere la complessità delle nostre istanze – corpo, mente, spirito-per dare una forma più piena al Sé. C. G. Jung lo definiva come quel processo d’individuazione che ci accompagna lungo tutta la vita e che ci rende più completi, integri e mai compiuti. Il Sé quindi non si identifica con l’Io razionale e calcolante ma con l’ampiezza della nostra sensibilità conscia e inconscia. Perché il Sé si sviluppi ha bisogno di un altro Sé con cui interagire a partire dal contatto dei corpi. Per Socrate l’anima si manifesta nella pupilla cosicché guardando l’altro vediamo noi stessi. L’AI ha pupille? Evidentemente no, perché non possiede psychè.

Se  seguiamo interamente il precetto scritto sul tempio di Apollo a Delfi al “conosci te stesso” dobbiamo aggiungere “melete tò pan”, prenditi cura del tutto. Il Sé si apre ed allarga al mondo , agli altri esseri viventi, produce progetti etico-politici che producano benessere e virtù per la polis.

La pratica della cura richiede dunque esercizi di intersoggettività partendo dalla considerazione, confermata dagli studi evolutivi e neurobiologici, che il noi viene prima dell’io e che la socialità è la base dei processi di crescita individuale e collettiva. Siamo cablati per muoverci verso, con gli altri in una danza continua di corpi che si avvicinano e si allontanano, si cercano e si sfuggono. Apparteniamo ad uno spazio noicentrico ma non indifferenziato che consente lo sviluppo della medesimezza, della meità e dell’alterità. Uno spazio che ha bisogno di cura e di rinforzo dell’eros perché, come sappiamo, siamo l’unica specie capace di negare ai nostri simili lo statuto di umanità come dimostrano la schiavitù, i genocidi….

Attivare pratiche di cura di Sé e delle relazioni richiede esercizi di riavvicinamento al corpo, ai corpi e tra i corpi. Siamo tutti contemporaneamente inquinanti e salutisti, contiamo i passi, un segnale ci avvisa quando dobbiamo riposarci e quando camminare, altri segnali ci dicono come sta la pressione ed i social ci rimandano le immagini a cui adeguarci e cercare di corrispondere. Anche per quanto riguarda ciò che abbiamo di più proprio siamo eterodiretti. La cura dei corpi di cui fare pratica seguendo gli antichi è di tutt’altra specie: è l’ascolto dei segnali del corpo e del suo linguaggio. Di cosa ci sta parlando il nostro corpo? La mente è un livello di descrizione del nostro esserci, del nostro stare al mondo, che utilizziamo quando vogliamo parlare della nostra esperienza e la decliniamo giocando con gli ingredienti disponibili. C’è chi aggiunge più linguaggio, chi aggiunge più sentimento, chi più emozione o più razionalità. In realtà c’è solo il corpo. Le scuole antiche non casualmente erano spesso limitrofe alle terme o a degli spazi verdi e si camminava discutendo. La pervasività dei device e degli schermi ha devitalizzato i corpi, li ha fissati, immobilizzati o esibiti in immagini da postare, dai più innocenti ma insignificanti selfie alle immagini pornografiche.

Anche il corpo ha la sua memoria profonda che trova sfogo in sintomi se non viene ascoltata e tradotta anche in parole, segni, simboli (arte). Ascolto e cura verso il corpo favoriscono una mente che viaggia, che cammina, che ricerca sempre tesa -il conatus spinoziano- verso l’oltre. Se l’oltre saranno i nostri avatar nel metaverso, i corpi si immobilizzano in una perdita del confine fra dentro e fuori, fra sé ed il mondo, fra il reale ed il virtuale. Senza corpi si generano fantasmi non immaginazioni feconde. Un’ultima pratica potremmo definirla l’assunzione della responsabilità personale. il maestro di riferimento può essere M. Heidegger quando ricorda che il falso Sé si esprime attraverso il “si”, si dice, si fa, tutti sanno, …il sì del conformismo e dell’individuo alienato. Nel perseguire questa deriva l’AI generativa è bravissima perché non comanda ma suggerisce, affascina con le sue prodezze, con la proposta di un mondo liscio, bello dove la felicità può essere alla portata di un click. Ci sentiamo liberi di scegliere e di aderire non vedendo la sottile manipolazione e soprattutto essendo  disposti, in un mondo complesso, a cedere alle lusinghe della semplificazione. Per “esserci” pienamente nel mondo ed esercitare la nostra responsabilità di scelta non dobbiamo delegare a nessuno, tantomeno alla tecnologia, il difficile esercizio della libertà con i suoi costi e rischi. Stare nell’incertezza e nel possibile errore è una grande virtù. Ritorna la parresia della domanda scomoda rispetto alle risposte fornite dalla doxa, come guida al nostro vivere di mortali fra i mortali, esseri finiti ma tendenti sempre all’infinito. L’AI non può farsi domande inquietanti e difficili perché l’algoritmo è costruito sull’unica logica della sequenza probabilistica che decide in base alla utilità matematicamente definita. Non ha pupilla, non ha etica, non valuta “effetti collaterali”. Solo l’umano nella sua imperfetta soggettività può valutare politicamente gli effetti delle proprie azioni assumendosene la responsabilità. La persona non deve entrare nel loop delle macchine ma è il gruppo degli umani deve decidere come, dove, quando inserire l’ausilio delle macchine di cui rimane l’artefice.

Apertura…

Su temi complessi ed in costante movimento come quelli del vivere e del ben-vivere, non vi sono sintesi e conclusioni possibili ma soltanto pensieri ed azioni aperte alla sperimentazione ed al dialogo. Le pratiche che ho cercato di abbozzare prendono le mosse da una tesi – aperta a discussione critica – che postula l’essere umano come sistema finito tendente all’infinito e dotato di capacità di oggettivarsi e di trascendersi, cioè di pensarsi e di agire liberamente proprio perché consapevole dei limiti biologici, sociali e culturali co-creati dall’interazione umana con il mondo dei viventi e delle cose. La “ felicità”, parola forse oggi abusata ed inflazionata, non è un dato o un diritto bensì una tensione, una ricerca, una bussola per orientare il nostro desiderio di una vita più piena. E sarà una bussola tanto più efficace quanto più sarà in grado di farci oscillare fra posizioni e direzioni diverse. Le tensioni sono la base dello sviluppo più ampio possibile e di una più piena fioritura. Sicuramente la tensione fondativa è quella tra l’unicità di ciascuno/a come soggetto e l’imprescindibilità della vita comune. Il noi precede l’io, siamo tutti eredi di ciò che è stato prima di noi e costruttori del futuro dei nostri eredi. Siamo, come si diceva in precedenza,  soggetti in tensione fra anelito libertario e necessità di regole che consentono di con vivere, possibilmente, in pace e giustizia. Non va dimenticata la necessaria tensione fra il fare e l’agire ed interagire. Il fare risponde alla nostra esigenza di sicurezza perché tesa a raggiungere risposte secondo modalità programmate e pianificate ( forse da questo dipende anche il successo di IA generativa), mentre l’agire obbliga ad un pensare continuo, ad una incessante processo d’interpretazione degli eventi, di valutazione dei possibili effetti dell’azione (responsabilità) e ci obbliga, quindi, al dialogo, perché nessuno da solo è produttore e controllore di ciò che accade.


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