DAL WELFARE AL WELLBEING

di Marco Meschini

healthy people in healthy organizations

Non vuole essere questo un articolo esaustivo sul Welfare aziendale o sul Wellbeing, ma una riflessione aperta (attendo considerazioni e spunti da parte di coloro che avranno la voglia e la pazienza di leggermi sui social) per porre l’attenzione su un aspetto fondante l’essere umano: la ricerca del bene-essere.

Un termine inflazionato negli ultimi anni ai tavoli sindacali è il Welfare, con la sua accezione “Aziendale”, quale strumento capace di soddisfare i bisogni delle persone, aumentando il loro potere d’acquisto attraverso l’erogazione, da parte delle aziende, di beni e servizi. È dimostrato l’impatto che il Welfare Aziendale ha sull’engagement e sulla motivazione delle persone. La possibilità di convertire l’importo dei Premi di Risultato in Welfare è solo una delle possibilità che le aziende oggi hanno a disposizione per diffondere la cultura del “servizio alle persone” che abitano le organizzazioni.

Se da un lato il Welfare Aziendale è ormai un pilastro fondamentale del Total Reward per la gestione del rapporto azienda/lavoratore, il Wellbeing rappresenta oggi una delle pre-occupazione delle aziende nei confronti delle proprie persone. È indiscusso, tra l’altro, che il benessere (star-bene) superi la frontiera del Welfare Aziendale per porsi al centro della People Transformation che le Direzioni Aziendali si trovano ad agire da un lato e constatare dall’altro.

Il processo di trasformazione che stiamo vivendo è inarrestabile e radicale; i luoghi fisici che si stanno destrutturando sono solo l’aspetto più tangibile e visibile di ciò che sta avvenendo dentro e fuori le organizzazioni e, riferendoci alle persone, dentro e fuori di esse; l’individuo è in un dialogo interiore costante con se stesso, alla ricerca di nuovi equilibri e in dialogo costante con l’esterno, il mondo, fatto di connessioni lavorative e affettive, quasi sempre filtrate da un “medium”.

I processi di trasformazione coinvolgono la sfera personale, sociale, organizzativa e istituzionale. Siamo immersi in un sistema in cui l’equilibrio tra le varie parti spesso viene messo in serio pericolo dalle “scosse” dovute all’ingerenza di una delle sfere che ci appare (seppur temporaneamente ed in modo intercambiale) predominante rispetto alle altre. L’individuo si trova inevitabilmente in una situazione di “tensione” dovuta a forze talvolta contrastanti e sviluppa un malessere profondo che spesso si traduce nell’insorgenza di malattie non comunicabili, quali malattie cardiovascolari e ischemiche, obesità, disturbi del comportamento alimentare, diabete, tumori, osteoporosi, cirrosi ed altre patologie legate all’abuso di alcool, gozzo, anemie nutrizionali, ipercolesterolemia familiare. I fattori di rischio comuni a queste malattie, ma modificabili, sono certamente l’alimentazione scorretta e la mancanza di attività fisica. Se si pensa che la maggior parte del tempo lo trascorriamo lavorando, è certamente il luogo di lavoro uno spazio all’interno del quale si può intervenire sui fattori di rischio.

In questo contesto così articolato, dominato da fattori eterogenei che insistono su persone e aziende, gli HR sono chiamati ad abbandonare la mera gestione dei processi organizzativi per diventare “esperti” di processi sociali, dove il dentro e il fuori all’organizzazione sono connessi in modo bilaterale e dove il lavoratore è persona sia dentro che fuori l’azienda, abbandonando l’ottica della separazione “sfera privata- sfera lavorativa”, che risulta essere un mero inganno, tra l’altro insostenibile, sia per l’individuo che per l’organizzazione.

Pensare al Wellbeing di un dipendente in azienda vuol dire curare e promuovere il suo stato di benessere che gli permetterà di sfruttare al meglio le sue capacità, incidendo sul livello di energia presente in azienda, con un impatto diretto anche sul benessere organizzativo e sui risultati dell’azienda. Non va dimenticato però che è centrale la responsabilità individuale del proprio wellbeing personale in termini di scelte personali e sostenibilità delle stesse.

Se poi le organizzazioni, da loro canto, spostano la loro attenzione sul benessere delle persone fuori e dentro le organizzazioni non per filantropia, ma per raggiungere il “funzionamento ottimale” al fine di perseguire un benessere collettivo che possa incidere positivamente ed in modo evidente sui risultati aziendali, poco importa; l’intenzione non conta in questo caso, ma l’effetto è di centrale importanza.

Certamente le aziende oggi dovranno porre una grande attenzione all’equilibrio psicologico e psicofisico delle loro persone, ripensare al rapporto capo-collaboratore (considerando che spesso il benessere dipende anche dalla persona che ci gestisce nel quotidiano), ripensare ai modelli manageriali talvolta “demodé” e scarsamente incentrati sulla delega e la fiducia, alla comunicazione interna che quando assente o demandata ad iniziative individuali e destrutturate genera danni considerevoli riducendo drammaticamente i livelli di appartenenza alla propria azienda, con le conseguenze che conosciamo in termini di produttività e di turnover del personale.

Tanti spunti, poche risposte, ma la certezza che la promozione del wellbeing delle persone è una responsabilità collettiva dalla quale le aziende oggi non possono esimersi: Healthy people in Healthy organizations!

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